«I siriani decideranno il loro futuro»

È proprio la salvaguardia del protagonismo del popolo siriano, a discapito degli interessi delle grandi potenze internazionali, l'elemento centrale dell'accordo raggiunto a New York secondo il docente di storia e relazioni internazionali del Medioriente Massimiliano Trentin. Da gennaio inizierà il cessate il fuoco, ragion per cui c'è da attendersi un'escalation della violenza nell'area, ma il negoziato parte da buoni presupposti.

«I siriani decideranno il loro futuro»

Trattative tra regime e opposizioni a partire da gennaio e contestuale cessate il fuoco. Una governance inclusiva e unitaria in sei mesi per arrivare a giugno 2017 a libere elezioni. È questa la road map che dovrebbe riportare la pace in Siria e in tutta la regione mediorientale in base all’accordo siglato negli scorsi giorni a New York tra i paesi che fanno parte dell’International Syrian support group, poi formalizzato con una risoluzione votata all’unanimità dal consiglio di sicurezza delle Nazioni unite.

Italia, Stati Uniti e Russia, oltre a protagonisti regionali come Iran, Arabia Saudita e Turchia erano chiamati a trovare un’intesa, dopo le conferenze di Vienna, principalmente sui tre punti: la sorte di Bashar al Assad, l’elenco dei gruppi terroristici da combattere nell’area e la lista delle opposizioni ammesse alla trattativa.

Sul primo punto il vertice si è concluso con un nulla di fatto. Sul secondo non sono mancate tensioni al tavolo delle trattative: l’elenco stilato dalla Giordania è stato considerato troppo ampio da alcuni e troppo ridotto da altri. Tuttavia l’accordo è stato trovato anche se le insidie, lungo il percorso che si è appena aperto, non mancano. Prima tra tutte: chi combatterà effettivamente l’Isis, dato che per ora sul campo ci sono solo i curdi e le milizie del regime?

Massimiliano Trentin, che insegna storia e relazioni internazionali del mondo arabo all’Università di Bologna ne è certo: «Siamo di fronte a una convergenza sostanziale degli attori in campo, l’accordo è un passaggio fondamentale».

Perché questa risoluzione è così importante?
«Il conflitto siriano si è sviluppato sostanzialmente su tre livelli: nazionale, regionale e internazionale. Questa intesa, di fatto, chiude il contenzioso a quest’ultimo livello e di certo avrà ricadute anche sugli altri due. L’accordo riporta il processo politico attivo in Siria all’interno della legalità internazionale e sancisce la prevalenza del negoziato su un’eventuale vittoria militare».

Sul futuro di Assad l’alto rappresentante per la politica estesa dell’Ue Federica Mogherini ha detto: «Decideranno i siriani».
«Non imporre l’uscita di scena dell’attuale presidente è stata una concessione fatta alla Russia da parte di Obama. La decisione in realtà è tutt’altro che formale. Significa che non saranno le potenze esterne – nemmeno quelle regionali – a imporre la propria volontà al popolo siriano, che aveva iniziato questa guerra per ragioni prettamente sociali. Tutte le parti in gioco, compreso il partito Baath a cui appartiene Assad, se la vedranno alle elezioni. Ma il testo della risoluzione prevede che abbiano diritto di voto tutti i siriani, anche quelli che hanno abbandonato il paese, e dunque quei milioni di profughi e rifugiati che si trovano nei pesi vicini e in Europa. Se il processo elettorale sarà garantito, l’esito è tutto tranne che scontato».

Fra Turchia e Russia continuano le tensioni. Questo può avere delle ricadute sul processo di pace?
«La Turchia, che si è sempre posta su posizioni oltranziste, ha sostanzialmente subito l’accordo di New York. Erdogan in questa fase sta lavorando per portare il suo paese fuori dall’isolamento diplomatico in cui si trova dall’estate. L’invasione da parte dell’esercito turco di alcuni territori iracheni e il graduale ritiro è una mossa negoziale che va in questa direzione».

Quali saranno gli immediati sviluppi?
«Nelle prossime settimane vedremo un’escalation della violenza nell’area. In vista del cessate il fuoco, tanto Daesh quanto i curdi e il regime proveranno ad avanzare il più possibile le loro posizioni. Sul medio- lungo periodo, essendo nei fatti già superate le questioni relative al destino di Assad e alla partecipazione al negoziato, diventa fondamentale monitorare il cessate il fuoco. Su questo la volontà di paesi come Usa e Russia, ma anche Gran Bretagna, Italia, e Germania, appare unitaria e dunque il processo di pace parte da buoni presupposti. Non rimane che seguire gli sviluppi».

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