Wojtyla, il Papa polacco che credeva nell’Europa unita

Giovanni Paolo II ha dedicato un'infinità di discorsi, esortazioni e viaggi alla costruzione della "casa comune". E negli anni turbolenti che precedono la caduta del Muro di Berlino rivolge uno storico discorso al Parlamento europeo a Strasburgo. La vocazione alla pace e alla democrazia dell'Europa, la difesa dei diritti fondata sulla dignità della persona, la necessaria apertura alla trascendenza. Con una moderna rivisitazione della laicità della politica

Wojtyla, il Papa polacco che credeva nell’Europa unita

(Strasburgo) Riconciliare l’uomo con la Creazione, con i suoi simili, con se stesso. È il messaggio finale che Giovanni Paolo II consegna all’Europa quell’11 ottobre 1988 durante la sua visita – la prima di un Pontefice – al Parlamento europeo. Un viaggio emblematico quello a Strasburgo, durante il quale il Papa venuto dalla Polonia, allora parte del mondo comunista, tiene un discorso dai forti tratti etici, spirituali e politici, lasciando intravvedere la riunificazione del continente, l’Europa “che respira con i due polmoni”, dell’est e dell’ovest.

Si era, è bene ricordarlo, a un anno da quel 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino e la successiva dissoluzione del Patto di Varsavia.

Karol Wojtyla, di cui ricorrono i 20 anni dalla morte (2 aprile 2005), può essere certamente ricordato come il Pontefice che ha dedicato all’Europa un’infinità – forse il maggior numero – di discorsi, viaggi, esortazioni. È il Papa delle due Assemblee speciali per l’Europa (1991 e 1999), dell’esortazione “Ecclesia in Europa” (2003), dell’enciclica “Slavorum Apostoli” (1985), della proclamazione di cinque dei sei patroni del continente (Cirillo e Metodio, Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Teresa Benedetta della Croce, che si aggiungevano a Benedetto da Norcia dichiarato patrono d’Europa da Paolo VI). Come non ricordare, agli inizi del nuovo Millennio, le sue insistenze, i reiterati interventi, i moniti affinché si riconoscessero le “radici cristiane dell’Europa” nella stesura della Costituzione europea.
Ebbene, Wojtyla arriva a Strasburgo in una fase di turbolenza sociale e politica dell’est europeo: sono gli anni del libero sindacato polacco Solidarność di Lech Walesa, dell’Urss della “glasnost” e della “perestroika” di Michail Gorbaciov, di Vaclav Havel, tra gli ispiratori di Charta 77 e poi della Rivoluzione di velluto.Giovanni Paolo II, prendendo la parola dal podio dell’Europarlamento, da pochi anni eletto a suffragio universale (si era già rivolto all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa tre giorni prima), ne riconosce il “prestigio” e “un’autorità accresciuti”,apparendo ai cittadini “come l’istituzione portante del loro avvenire, come una comunità democratica […] desiderosa di integrare più fortemente la sua economia, di armonizzare in molti punti la sua legislazione e di offrire a tutti i suoi cittadini uno spazio unico di libertà in una prospettiva di mutua cooperazione e arricchimento culturale”. Il Papa assegna poi all’allora Comunità economica europea, composta in quel momento da 12 Stati, un ruolo e una vocazione sorgiva alla pace, alla democrazia, ai diritti fondati “sulla dignità della persona” e una necessaria apertura al mondo e alla cooperazione internazionale con un impegno speciale a favore dello sviluppo dei Paesi poveri.
Quindi sottolinea: “Sin dalla fine dell’ultima guerra mondiale, la Santa Sede non ha mai smesso di incoraggiare la costruzione dell’Europa. Certo, la Chiesa ha come missione di far conoscere a tutti gli uomini la loro salvezza in Gesù Cristo”, ma “come potrebbe la Chiesa disinteressarsi della costruzione dell’Europa, lei che è radicata da secoli nei popoli che la compongono e che ha condotto un giorno al fonte battesimale popoli per i quali la fede cristiana è e rimane uno degli elementi della loro identità culturale?”.Il Papa viene interrotto più volte dagli applausi, Anche quando afferma che l’Europa è “alla ricerca della sua anima e di un soffio in grado di assicurare la sua coesione spirituale”.Quindi un passaggio noto, a suo modo profetico: “Altre nazioni potranno certamente unirsi a quelle che sono qui rappresentate. Il mio voto di pastore supremo della Chiesa universale, venuto dall’Europa centrale e che conosce le aspirazioni dei popoli slavi, quest’altro ‘polmone’ della nostra stessa patria europea, il mio voto è che l’Europa, dandosi sovranamente libere istituzioni, possa un giorno estendersi alle dimensioni che le sono state date dalla geografia e più ancora dalla storia. Come potrei non desiderarlo, dato che la cultura ispirata dalla fede cristiana ha profondamente segnato la storia di tutti i popoli della nostra unica Europa, greci e latini, tedeschi e slavi, malgrado tutte le vicissitudini e al di là dei sistemi sociali e delle ideologie?”.
Un intervento, si diceva, dai forti tratti politici, che poi torna a sottolineare la “dimensione trascendente” della vita, della convivenza civile, della costruzione europea, con un incontro fecondo tra fede e vita. “A questo riguardo mi sembra importante ricordare che è nell’humus del cristianesimo che l’Europa moderna ha attinto il principio – sovente perso di vista nel corso dei secoli di ‘cristianità’ – che governa in modo più fondamentale la sua vita pubblica: mi riferisco al principio, proclamato per la prima volta da Cristo, della distinzione fra ‘ciò che è di Cesare’ e ‘ciò che è di Dio’. Questa distinzione essenziale fra la sfera dell’amministrazione esteriore della città terrena e quella dell’autonomia delle persone si illumina a partire dalla rispettiva natura della comunità politica a cui appartengono necessariamente tutti i cittadini e della comunità religiosa a cui aderiscono liberamente i credenti”.Quindi prosegue questo passaggio, in cui l’oratore reinterpreta la laicità della politica e delle sue istituzioni:“Nessun progetto di società potrà mai stabilire il Regno di Dio, cioè la perfezione escatologica, sulla terra. I messianismi politici sfociano spesso nelle peggiori tirannidi. Le strutture che le società si danno non valgono mai in modo definitivo, esse non possono neppure procurare da sole tutti i beni ai quali l’uomo aspira. In particolare, non possono sostituirsi alla coscienza dell’uomo, né alla sua ricerca della verità e dell’assoluto. La vita pubblica, il buon ordine dello Stato, riposano sulla virtù dei cittadini, che invita a subordinare gli interessi individuali al bene comune e a non darsi e a non riconoscere per legge altro che ciò che è obiettivamente giusto e buono”. D’altro canto “dire che spetta alla comunità religiosa e non allo Stato di gestire ‘ciò che è di Dio’, significa porre un limite salutare al potere degli uomini e questo limite è quello della sfera della coscienza, dei fini ultimi, del senso ultimo dell’esistenza, dell’apertura verso l’assoluto, della tensione verso un compimento mai raggiunto, che stimola gli sforzi ed ispira le scelte giuste”.Concludendo, il Papa enuncia tre campi “in cui mi sembra che l’Europa unita di domani, aperta verso l’est del continente, generosa verso l’altro emisfero, dovrebbe riprendere un ruolo di faro nella civilizzazione mondiale”.

Innanzitutto, “riconciliare l’uomo con la creazione, vegliando sulla preservazione dell’integrità della natura, della sua fauna e della sua flora, della sua aria e dei suoi fiumi, dei suoi sottili equilibri, delle sue risorse limitate, della sua beltà che loda la gloria del Creatore”. In secondo luogo “riconciliare l’uomo con i suoi simili, accettandosi gli uni gli altri quali europei di diverse tradizioni culturali o correnti di pensiero, accogliendo gli stranieri e i rifugiati, aprendosi alle ricchezze spirituali dei popoli degli altri continenti”. Terzo, ma non ultimo, “riconciliare l’uomo con se stesso: sì, lavorare per la ricostruzione di una visione integrale e completa dell’uomo e del mondo, contro le culture del sospetto e della disumanizzazione, una visione in cui la scienza, la capacità tecnica e l’arte non escludono ma suscitano la fede in Dio”.

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Fonte: Sir