Baturi: “Nessuno resti indietro, solo, abbandonato”

Un effetto domino della povertà, con ricadute pesanti su milioni di persone. Organismi laici e cattolici impegnati nella cooperazione e negli aiuti allo sviluppo hanno espresso forte preoccupazione per la scelta degli Stati Uniti di smantellare Usaid. Quale futuro si va costruendo? C’è spazio per la speranza, in un mondo lacerato dalla violenza e sempre più individualista? Ne abbiamo parlato con monsignor Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Conferenza episcopale italiana.

Baturi: “Nessuno resti indietro, solo, abbandonato”

Un effetto domino della povertà, con ricadute pesanti su milioni di persone. Organismi laici e cattolici impegnati nella cooperazione e negli aiuti allo sviluppo hanno espresso forte preoccupazione per la scelta degli Stati Uniti di smantellare Usaid. Quale futuro si va costruendo? C’è spazio per la speranza, in un mondo lacerato dalla violenza e sempre più individualista? Ne abbiamo parlato con monsignor Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Conferenza episcopale italiana.

Eccellenza, il taglio degli aiuti voluto dagli Stati Uniti avrà ripercussioni su scala globale. Quali scenari si aprono ora?
La decisione si inserisce in un quadro globale davvero preoccupante. Il mondo si trova lacerato da numerosi conflitti e in troppi Paesi la situazione sociale e politica è sempre più esasperata: questo alimenta la polarizzazione e un senso di sfiducia verso il prossimo e verso il futuro. Il taglio degli aiuti, come ha evidenziato il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, non farà altro che aumentare la sofferenza delle persone che muoiono di fame, sono senza casa e minacciate dalle malattie. “Indebolire la rete di sicurezza sociale in patria o all’estero – ha sottolineato il cardinale Cupich – alla fine colpirà tutti, poiché nessuno è invulnerabile alle malattie o alla sfortuna, non importa quanto sia benedetto dalla salute o dalla ricchezza”. Anche Caritas Internationalis ha espresso forte preoccupazione evidenziando che “chiudere Usaid metterà a rischio i servizi essenziali per centinaia di milioni di persone in stato di vulnerabilità, minerà decenni di progressi nell’assistenza umanitaria e allo sviluppo, destabilizzerà le regioni che fanno affidamento su questo supporto cruciale e condannerà milioni di persone ad una povertà disumanizzante o addirittura alla morte”. In questi giorni, la Chiesa italiana sta raccogliendo il grido di aiuto proveniente da Congregazioni religiose e Ong cattoliche che stanno manifestando le loro difficoltà e la loro apprensione. Una cosa è certa: noi continueremo a fare la nostra parte accanto ai più poveri e meno tutelati, guidati dalla carità e dal principio del primato della persona umana e della tutela dei suoi diritti. Perché nessuno resti indietro, solo, abbandonato.

 Oltre agli effetti immediati e futuri sulla vita di molte persone c’è anche il pericolo di una deriva etica e valoriale?
Certo, il rischio è che si diffonda una cultura dell’egoismo, dell’individualismo e dello scarto, come Papa Francesco ha denunciato più volte e come anche la Cei, nel solco del magistero, ha ricordato in diverse occasioni. Per questo, bisogna lavorare per rimuovere ciò che soffoca la dimensione umana e disconosce la presenza degli altri. Nella bolla d’indizione del Giubileo, Spes non confundit, il Santo Padre ribadisce la necessità “che quanti possiedono ricchezze si facciano generosi, riconoscendo il volto dei fratelli nel bisogno” (n. 16). C’è tanto da riflettere guardando al futuro che stiamo costruendo. Recentemente, nei dialoghi avuti con la Terra Santa mi si faceva notare che sarà difficile per la prossima generazione vedere la pace con la generalizzata corsa al riarmo. La deriva etica e la crisi di valori avranno conseguenze pesanti a livello sociale, culturale e politico.

 Quale può essere la strada da seguire, a livello nazionale e internazionale?
Viviamo in un mondo sempre più interconnesso e interdipendente, ma gli egoismi individuali, nazionali e dei gruppi di potere, alimentano visioni non solidaristiche. Dobbiamo invece ribadire che l’“io” personale non si annulla in un “noi” anonimo, ma si dilata oltre il particolare in una visione il più possibile globale e solidale dei problemi e soluzioni che coinvolgono tutti. “Il percorso per migliorare la condizione umana – ha ricordato sempre il cardinale Cupich – non conduce verso l’interno, ma verso l’esterno, verso una partnership internazionale duratura”. Il presupposto deve essere sempre quello del “bene comune”, che non è la somma dei beni individuali ma il risultato di una giustizia sociale in cui è rispettata la dignità di ogni persona e di ogni comunità. Questi principi dovrebbero animare Stati e Organismi internazionali, chiamati a riscoprire insieme l’importanza di iniziative multilaterali e il valore della diplomazia.

Nonostante tutto, è possibile cogliere segni di speranza?
Il Giubileo ci ricorda che c’è una speranza più grande di ogni stortura della storia e di ogni minaccioso imprevisto: è la speranza fondata su Dio e il suo amore più forte della morte. Una delle dimostrazioni più evidenti sono proprio le testimonianze che riceviamo, ogni giorno, dalle comunità più povere e martoriate. Colgo, in proposito, l’occasione per ringraziare tutte le persone che destinano l’8xmille alla Chiesa cattolica e che hanno permesso di sostenere, anche nei contesti più difficili, dal 1990 (anno di avvio del Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli) ad oggi, più di 18mila progetti, capaci di promuovere trasformazioni che partono dal basso, innescando un percorso virtuoso di cambiamento. Sono lievito per processi di sviluppo sostenibile e di accompagnamento. Vorrei anche ricordare la campagna “Liberi di partire, liberi di restare”, lanciata nel 2017, con lo scopo di sensibilizzare sul tema delle migrazioni e di realizzare progetti nei Paesi di partenza, di transito e di accoglienza di quanti, specialmente bambini e donne, fuggono da guerre, fame e violenza. L’iniziativa si è conclusa alla fine del 2020, ma per gli interventi ancora in corso nel 2023 sono stati erogati 858.619 euro. Questi sono piccoli segni di speranza.

L’8xmille è un volano di crescita, sia in Italia che all’estero. In che modo contribuisce allo sviluppo dei popoli, nel contesto internazionale?
Solo nel 2023 sono stati approvati 440 progetti, proposti da realtà ecclesiali di tutto il mondo: Chiese locali, congregazioni, movimenti ecclesiali, ma anche Ong riconosciute, enti di ricerca, università. Come si può evincere dal Rendiconto 8xmille, che viene pubblicato ogni anno, i progetti finanziati sostengono alfabetizzazione e scolarizzazione a tutti i livelli, salute, formazione professionale in campo sanitario, agricolo-ambientale, economico e cooperativo e delle comunicazioni sociali, promozione umana e difesa delle etnie minoritarie. Si tratta, cioè, di una sorta di “multilateralismo dal basso”, che non genera solo risposte a bisogni di persone, famiglie e comunità, ma anche forme di “advocacy” per un cambiamento radicale di politiche e istituzioni.

Il mondo continua a fare i conti con guerre, violenze, egoismi. Cosa fare per invertire la rotta?
Lo ha affermato il presidente della Cei, card. Zuppi, e lo hanno ribadito i vescovi nell’ultimo Consiglio Permanente: occorre individuare modalità nuove per favorire il dialogo e per innervare la società con quella cultura che nasce dal Vangelo e con una testimonianza autentica. Non possiamo abituarci alla guerra, spesso alimentata da nazionalismi, che è tornata a insanguinare l’Europa e che segna l’esistenza di tanti popoli. Servono iniziative politiche e diplomatiche per la pace. Da parte sua, la Chiesa italiana non smetterà di sostenere lo slancio umanitario verso le vittime dei conflitti. In quest’ottica, gli aiuti allo sviluppo, se effettivamente basati sulla centralità della persona umana nella sua dimensione individuale e comunitaria, possono contribuire a ridurre disuguaglianze, tutelare diritti umani, prevenire conflitti e sostenere processi di pacificazione.

Tra i segni di speranza proposti dal Papa per il Giubileo c’è quello dell’annullamento del debito…
Papa Francesco ha rilanciato la questione del debito dei Paesi più poveri verso la Banca Mondiale, i governi di altri Paesi e sempre più soggetti privati, ricordando che l’annullamento del debito è prima di tutto esigenza di giustizia, perché “debito estero e debito ecologico sono due facce della stessa medaglia, figli della stessa logica di sfruttamento”. In occasione del Giubileo del 2000, la Chiesa italiana aveva promosso una campagna internazionale concentrandosi sul debito tra il nostro Paese e due Paesi africani, Zambia e Guinea Conakry. Ora è tempo di pensare a “una nuova architettura finanziaria internazionale che sia audace e creativa”, orientata dai principi di giustizia, solidarietà, bene comune. È necessario spezzare il circolo vizioso finanziamento-debito e assicurare a tutti condizioni dignitose di vita sono poi necessari dei passi in più, individuando modalità per convertire il debito in politiche e programmi efficaci, riattivare la cooperazione, generandone nuove e innovative forme.

dall'inviato Stefania Careddu

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Fonte: Sir