Giovanni Paolo II, il Papa della libertà. Shevchuk: “Ci insegnò a non avere paura”

Nel 20° anniversario della morte, Shevchuk e Wałęsa ricordano Giovanni Paolo II come profeta di libertà. Il suo messaggio, da Varsavia a Kyiv, resta attuale: “Non abbiate paura”. Wojtyła invitava a costruire un’Europa fondata sulla verità e sul bene comune

Giovanni Paolo II, il Papa della libertà. Shevchuk: “Ci insegnò a non avere paura”

“Giovanni Paolo II è stato il Papa della libertà”. Così mons. Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore e metropolita di Kyiv-Halyč, ha definito Karol Wojtyła intervenendo alla conferenza “Giovanni Paolo II – Leggere e plasmare la storia”, organizzata dall’Università di Poznań in occasione del 20° anniversario della sua scomparsa. “Ricordo ancora – ha aggiunto l’arcivescovo – quando, rivolgendosi ai giovani ucraini, li ammoniva affermando che la libertà può essere anche più difficile della prigionia. Ci incoraggiava a non avere paura di essere un popolo libero, perché l’Ucraina – disse – sarà come voi la costruirete”.

Nelle parole di mons. Shevchuk il ricordo indelebile della visita di Giovanni Paolo II in Ucraina, nel 2001, quando l’attuale arcivescovo greco-cattolico era un giovane presbitero appena laureato in Teologia morale presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino a Roma.

Ma ciò che è sempre emerso in Giovanni Paolo II è stato il suo profondo legame con la terra d’origine: la sua amata Polonia, a partire dal suo primo viaggio apostolico, nel giugno 1979. Secondo gli organizzatori, ad accoglierlo in piazza della Vittoria a Varsavia c’erano centinaia di migliaia di persone, cui rivolse quell’invocazione divenuta storica: “Scenda il tuo Spirito, e rinnovi la faccia della terra. Di questa terra!”. “Quando, un anno dopo la sua elezione, il Papa venne in Polonia, ci rendemmo conto quanto eravamo numerosi”, ha raccontato a Poznań il premio Nobel per la Pace Lech Wałęsa, fondatore di Solidarność, il primo sindacato libero nei Paesi del blocco sovietico. “Fu lui – ha aggiunto – a spingerci a non avere paura, sebbene non ci abbia mai incoraggiati a fare una rivoluzione”. Una realtà, quella di Solidarność, con oltre 10 milioni di iscritti, di cui Mosca fu costretta a prendere atto.

Nell’enciclica Centesimus annus, pubblicata nel 1991, Giovanni Paolo II riassumeva così quegli eventi: “Sono le folle dei lavoratori – scrive il Papa – a delegittimare l’ideologia che presume di parlare in loro nome e a ritrovare e quasi riscoprire, partendo dall’esperienza vissuta e difficile del lavoro e dell’oppressione, espressioni e principi della dottrina sociale della Chiesa… È stato, invece, superato [l’ordine di Yalta] dall’impegno non violento di uomini che… hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità. Ciò ha disarmato l’avversario, perché la violenza ha sempre bisogno di legittimarsi con la menzogna”.

Grazie a quegli eventi furono sottoscritti accordi tra il governo polacco e i rappresentanti di Solidarność, ma rispettati solo per poco più di un anno. Il 13 dicembre 1981, il generale Jaruzelski introdusse la legge marziale su tutto il territorio nazionale. Seguirono arresti, persecuzioni, sospensione dei diritti civili. In quel Natale, la sera del 24 dicembre, Giovanni Paolo II accese una candela alla finestra del suo appartamento nel Palazzo Apostolico, come segno di solidarietà alla sua nazione. Un gesto ripetuto più volte nei giorni successivi per ricordare che non dobbiamo mai perdere la speranza.

Profondo anche il legame che univa Giovanni Paolo II all’Europa, in particolare alle sue radici cristiane. Nel 1988, al Parlamento europeo di Strasburgo, sottolineava che “se il sostrato religioso e cristiano di questo continente dovesse essere emarginato… è ancora un avvenire dell’uomo europeo – parlo di ogni uomo europeo, credente o non credente – che verrebbe gravemente compromesso”. Tra i suoi desideri, l’inserimento nella Costituzione europea di un riferimento alle radici giudeo-cristiane del continente. Il documento, tuttavia, non fu mai sottoscritto.

Nel terzo capitolo della Centesimus annus il Papa scriveva che “l’inaspettata e promettente portata degli avvenimenti” culminati con la fine del comunismo in Europa orientale “abbracciano un orizzonte più ampio”, citando anche il crollo di regimi dittatoriali in America Latina, Africa e Asia. “Un contributo importante – scrive – ha dato l’impegno della Chiesa per la difesa e la promozione dei diritti dell’uomo”.

Nel giugno 1983, durante la sua seconda visita in Polonia, Giovanni Paolo II si recò al santuario di Jasna Góra, a Częstochowa, dove oltre un milione di persone lo accolsero.

Anni difficili, quelli della transizione post-comunista. Wojtyła sperava che la Polonia superasse il comunismo senza cadere nell’egoismo capitalista, auspicando un rinnovamento politico e morale. Dall’Italia, ma anche durante i suoi viaggi, non mancava di condannare aborto, divorzio, comportamenti immorali. Sostenne i vescovi polacchi anche nella campagna contro l’abuso di alcol (1986-1987). Nel 1989 parlava della necessità di “ricostruire la dimensione del bene comune nella vita e nella società”.

Nel 1991, nel suo quarto viaggio in Polonia, trovò un Paese mutato: Solidarność, ormai partito, era travolta dagli scandali. Il pericolo non era più il comunismo ormai alle corde, ma il consumismo che iniziava a rivendicare tutta la sua forza. In quell’occasione, Giovanni Paolo II non celebrò la caduta dell’ideologia, ma richiamò il Decalogo come fondamento della civiltà: “Da queste dieci parole dipende il futuro dell’uomo e delle società”.

Fino alla fine del suo pontificato, Wojtyła continuò ad esortare il suo popolo a un uso responsabile della libertà e a non cadere nel modello consumista. Invitava i giovani a guardarsi dai “vizi sociali” e criticò la Chiesa polacca per la sua “mancanza di cuore” nel rispondere alle nuove sfide sociali. In totale, sono nove viaggi apostolici in Polonia compiuti da San Giovanni Paolo II durante il suo pontificato. Commovente quello del 1997, quando, lasciando Cracovia, disse ai suoi concittadini: “Conservatemi un posto nel vostro cuore”. Emblematico infine, quello del 2002 durante il quale consacrò il Santuario della Divina Misericordia a Cracovia-Łagiewniki. Già malato, ma ancora lucido, rientrò in Vaticano dove si spense tre anni dopo alle 21.37 del 2 aprile 2005. Era un sabato sera. La vigilia della Domenica della Divina Misericordia!

Anna T. Kowalewska

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Fonte: Sir